«Essere Financial Advisor da sempre è stato il mio credo. Condividere con il mio Cliente, la mia disponibilità, la sicurezza, la trasparenza, la solidità e la serietà. Questo si ottiene solo se la cultura finanziaria viene condivisa e vissuta con il mio Cliente. Aiutami ad aiutarti.»

martedì 20 settembre 2016

Gara di Golf 2016

Dopo la pioggia serale, sabato 17 settembre , a Barialto con un clima perfetto , si è svolta la mia gara di golf.
Tra Clienti e soci, in 72 hanno aderito. Mi è dispiaciuto per chi era in lista di attesa e non ha potuto giocare...
Un grazie a tutti e bravi tutti... in pò di più bravi i vincitori con risultati eccezionali. 







Tutte le foto sono disponibili al Circolo oppure... Troverete una sorpresa😃

martedì 6 settembre 2016

Ma il quantitative easing è servito ?

Partiamo dalla definizione 

Con alleggerimento o allentamento quantitativo, o anche facilitazione quantitativa, sovente con la locuzione inglese quantitative easing (o QE), si designa una delle modalità con cui avviene la creazione di moneta a debito da parte di una banca centrale e la sua iniezione, con operazioni di mercato aperto, nel sistema finanziario ed economico.

Quindi 

Una politica monetaria espansionistica, allo scopo di stimolare la crescita economica e l'occupazione, tipicamente coinvolge le banche centrali nell'acquisto di titoli governativi con scadenza a breve termine, per abbassare gli interessi medi di breve termine presenti sul mercato. Tuttavia, quando gli interessi a breve termine sono prossimi al valore di zero, questo metodo non può più essere efficace per lungo tempo. In simili circostanze, le autorità monetarie possono continuare a ricorrere al quantitative easing per stimolare ulteriormente l'economia, tramite l'acquisto di attività aventi scadenza con orizzonte temporale più esteso di quelli a breve a termine, portando gli interessi di lungo termine al di fuori della Curva dei rendimenti.

Il quantitative easing è uno strumento in grado di assicurare la permanenza dell'inflazione al di sopra di una certo valore-obiettivo. Il rischio di questa politica monetaria è il fatto che si riveli più efficace del previsto contro la deflazione nel lungo termine, portando ad un eccesso di inflazione a causa dell'aumento dell'offerta di moneta: a prescindere dal quantitative easing è pure da notare che questa dinamica deflazione-inflazione è propria e tipica della deflazione in sè, se è vero che storicamente a un periodo di deflazione è generalmente seguito uno di inflazione (o iperinflazione).
In accordo col Fondo Monetario Internazionale, la Federal Reserve e vari altri economisti, il quantitative easing ha mitigato i rischi e contribuito a tenere sotto controllo vari problemi durante la crisi globale del 2007-2008.

Inoltre, il QE effettuato a macchia di leopardo, iniziato dagli USA , poi seguito da Giappone e poi , dico poi dalla BCE , ha mitigato il suo effetto rilanciando in modo proporzionale le economie.
Ma la domanda è chiara: è servito?

Partiamo dai presupposti, reggere il mercato delle obbligazioni sovranazionali sotto attacco e la concomitanza della Crisi del Sistema Bancario in crisi di liquidità. Montagne di denaro confluito alle Banche a tassi pari allo zero che compravano titoli sotto la pari ( in perdita sul valore di emissione e di rimborso) , che quindi guadagnavano soldi a palate ( basta vedere i bilanci delle banche) .
Ma tutta questa liquidità rimaneva nel sistema bancario , senza che la liquidità potesse tornare a vantaggio di nessun altro. Infatti, in questo periodo le banche hanno ridotto o eliminato l'erogazione di mutui e chiedevano ai Clienti e Aziende di rientrare. Questo unito alle manovre fiscali  degli Stati ha drenato la popolazione di soldi creando ulteriore crisi di liquidità.
Infatti, ora le banche centrali si stanno chiedendo se c'era un'altra soluzione .

Partiamo dall'inizio. 
Bisognava sostenere il mercato e immettere liquidità , senza svuotare le tasche della popolazione.
Allora? 
Le Banche Centrali, potevano predisporre che tutto il debito della popolazione riconfluisse nelle banche , come?

Bastava chiedere che il debitore dimostrasse il Suo debito verso banche e finanziarie e che lo stesso fosse rifinanziato al stesso tasso che le Banche Centrali hanno adoperato finanziare le banche .
È facile capire che: 
Le banche sarebbero rientrate in liquidità 
Le banche avrebbero avuto meno insolvenze 
Le banche avrebbero potuto continuare a fare le Banche
Le banche avrebbero dovuto comprare le obbligazioni in una percentuale del 20-30% degli importi rientrati, sostenendo il mercato
La popolazione avrebbe avuto più liquidità , pagando meno il Suo debito invece di ripulire le loro tasche
Dopo tanti miliardi immessi sul mercato, invece con il QE abbiamo ottenuto che molte banche sono fallite ( Etruria , Banche delle Marche per esempio) e molte sono in procinto di fallire con l'effetto di aver azzerato le posizioni di molti Clienti. Molte banche avevano fatto sottoscrivere anche prestiti ai loro Clienti per poi farli partecipare ai LORO aumenti di capitale, ma almeno in questi casi la magistratura è 
                        



intervenuta annullando di fatto il debito che era rimasto ai Clienti. Inoltre, molte aziende godevano di linee di credito in virtù delle azioni o delle obbligazioni detenute dai Clienti che avendo perso tutto, ora erano privi di garanzie reali da offrire per mantenere le Line di credito per le loro Aziende.

Quindi dopo il quantitative easing gli Stati hanno introdotto il Ball-in? 
Assolutamente no, infatti il Ball-in era stato approntato oltre due anni addietro, ma nessuna Banca aveva provveduto a cercare di sanare i loro buchi.

Sono almeno 15 le banche in crisi in Italia. Istituti grandi del Nord Est finiti sotto inchiesta e costretti dalla Bce a ricapitalizzare, ma anche piccole banche locali commissariate da Bankitalia e ora a rischio bail-in (salvataggio dall'"interno" del sistema).
                              

Ricavato da internet
LaStampa.it ECONOMIA

Le 5 pecore nere

A far sballare questa media sono soprattutto 5 banche: ovviamente il Montepaschi, che presenta una quota di crediti deteriorati del 21,2% (24,06 miliardi su un totale di 113,5), quindi Veneto banca (4,9 miliardi pari al 22,5%), Banca Carige (18,9%), Credito Valtellinese (17,9) e Banco Popolare (17,4). Quest’ultima, però, con la recente fusione con Bpm e l’aumento di capitale da un miliardo, ha messo in sicurezza i suoi conti. La media dell’intero sistema bancario è pari al 16,8% contro il 5,8% di media europea, segno che all’estero le banche sono riuscite a far pulizia nei loro bilanci meglio e prima di noi. 
Se si passa alle sofferenze nette, che in base agli ultimi dati di Bankitalia ammontano a 87 miliardi, si nota che la concentrazione del rischio aumenta ulteriormente. Sulle prime 12 banche italiane infatti pesano ben i tre quarti dei crediti più problematici, ovvero 65,9 miliardi su 87. Unicredit ha la quota più alta (20,17 miliardi) seguita da Intesa Sanpaolo (15,1) ed Mps (10,18). Ma non tutti hanno le spalle sufficientemente larghe per sostenere allo stesso modo questo fardello. In base alla ricerca Uilca/Centro studio Orietta Guerra, se si sottraggono tutte le sofferenze dal totale del patrimonio si ottiene un saldo ampiamente positivo, pari a circa 84miliardi. Se si analizzano però le singole posizioni si scoprono punti di forza e punti di debolezza. Il caso più grave, nemmeno a farlo apposta, è quello di Montepaschi: se la banca senese dovesse azzerare l’intero valore delle sue sofferenze andrebbe in rosso per 509 milioni, visto che il suo patrimonio al 31 marzo era pari a 9,67 miliardi. Intesa Sanpaolo fa invece segnare un «avanzo» di 35,1 miliardi, Unicredit di 30,2, Ubi di 5,57. Il margine più risicato è invece quello di Veneto Banca, che dispone di appena 359 milioni di patrimonio in più rispetto alle sofferenze e non a caso potrebbe essere una delle prime banche su cui intervenire dopo Mps.  

la realtà invece è che le banche fallite o in area di fallimento dove non appare la più compromessa

                                             

                              
Dopo fiumi di miliardi introdotti ( fino a 80 miliardi di euro AL MESE immessi solo dalla BCE )  continuano a valutare sugli effetti non avuti, insomma per dirla in breve sul fallimento del QE e su che cosa fare... ma di certo sono state "bruciate"  tante ricchezze e le banche stanno vendendo il proprio credito in sofferenza a finanziarie...dove finiranno ?

Credo che sia finita l'epoca dell'investimento " fai da te" e che ci si debba guardare in giro avvalendosi di professionisti come i promotori finanziari per evitare di trovarsi in portafoglio altri titoli spazzatura .







lunedì 6 giugno 2016

Bail in

Dopo aver introdotto l'argomento del Bail-in (salvataggio dall'interno) , 3 anni addietro, oggi presso il Nilaya torniamo sull'argomento invitando Clienti e chi fosse interessato a capire meglio cosa vuol dire realmente Bail-in e il rischio che si corre ...realmente. Conoscere la propria Banca è diventato importante per proteggere il proprio denaro. 

domenica 28 febbraio 2016

Crisi = Opportunità

La parola CRISI si traduce in Cinese con la parola OPPORTUNITÀ ... direi che la saggezza orientale
questa volta dovrebbe ispirarci.
Ho riportato l'andamento di un comparto di una Sicav , specializzata proprio in materie prime. Mi sono limitato a postare l'andamento , non per sollecitare l'investimento o quant'altro, ma per fare una considerazione.
Se la crisi mondiale deve finire o è finita, le materie prime dovranno cominciare a crescere, quindi in un asset bisognerebbe valutare , in base al proprio grado di rischio, ad inserir una quota in questo settore.
Dopo tutto, ci sono sempre due modi per investire: 
- PIC , Piano Investimento , versando in unica soluzione;
- PAC, Piano Accumulo , versando importi ricorrenti (mensili).
Se il mercato risale e sono riuscito ad entrare in un momento dove le quotazioni sono basse, forse è
l'opportunità da cogliere...
Lo stesso vale dopo un periodo di crescita, bisognerebbe avere il coraggio di uscire ...
-2014 boom del mercato obbligazionario;
-2015 il dollaro si rafforza sull'euro;
-2016 ....e se fosse la volta delle materie prime ?

lunedì 18 gennaio 2016

Petrolio



Quali paesi corrono i maggiori rischi di collassare a causa del persistere di quotazioni del greggio molto basse? Il prezzo del petrolio di cui hanno bisogno i grandi produttori per mantenere in equilibrio i propri conti si posiziona su livelli lontani da quelli registrati negli ultimi giorni. Mentre le quotazioni si portano al di sotto di quota 30 dollari al barile e i ‘petrodollari’ si svalutano, una delle domande fondamentali è: fino a che punto i paesi produttori possono reggere l’urto? 

Quali paesi corrono i maggiori rischi di collassare a causa del persistere di quotazioni del greggio molto basse? 

A seconda del soggetto a cui venga rivolta la domanda, il prezzo del petrolio di cui hanno bisogno i grandi produttori per mantenere in equilibrio i propri conti si posiziona su livelli lontani da quelli registrati negli ultimi giorni. Mentre le quotazioni si portano al di sotto di quota 30 Usd e i ‘petrodollari’ si svalutano, una delle domande fondamentali è: fino a che punto i paesi produttori possono reggere l’urto senza collassare? 

Non è un’operazione facile calcolare i rischi economici e politici per i grandi esportatori. Russia, Arabia Saudita, Iran e Venezuela hanno bisogno di prezzi minimi diversi per riuscire ad evitare tagli allo stato sociale e agli investimenti. In tutti i casi, i livelli minimi richiesti sono attualmente solo un lontano ricordo del passato. Il barile di Brent, il greggio di riferimento, perde circa il 18% dall’inizio dell’anno. Il West Texas Intermediate, il greggio di riferimento per il mercato statunitense, minaccia di portarsi sotto quota 30 Usd. Le varietà estratte in Medio Oriente e Russia già presentano prezzi sotto i 30 Usd al barile. 

Se le quotazioni dovessero permanere su questi livelli, si assisterà ad un aumento dei timori relativi alla solvibilità dei singoli paesi. Il tema interessa direttamente gli investitori in titoli di stato e divise. Le agenzie di rating rappresentano un buon punto di partenza per cominciare a valutare la solidità finanziaria dei paesi coinvolti. 

Le monarchie del Golfo Persico come l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti possono contare sul livello di affidabilità creditizia AA emesso da Fitch, Si tratta di realtà economiche che possono fare affidamento su riserve cospicue o accedere ai mercati obbligazionari internazionali per raccogliere capitali. Molto diversa è la situazione in cui versano la Russia –che ha un rating BBB-, il Venezuela –con un’affidabilità CCC ridotta al lumicino- e l’Iran –soggetto alle sanzioni internazionali. 

Lo scenario politico non vale meno di quello economico-finanziario. La crescita economica dell’Iran sta migliorando in scia alla riduzione graduale delle sanzioni. Teheran appare politicamente stabile. 

In Russia, il consenso a favore di Vladimir Putin resta elevato, introno al 90% nonostante l’inflazione galoppante e i tagli al welfare state. Questa situazione contrasta con quanto accaduto in passato a Boris Yeltsin, che durante un periodo di crollo delle quotazioni petrolifere vide svanire tutto il suo appeal nei confronti del popolo russo. E neanche il continuo indebolimento del rublo rispetto al dollaro Usa ha scalfito minimamente la leadership di Putin. 

In Venezuela, il presidente Nicolas Maduro era alle prese con il caos politico e il malessere dell’opposizione e di una parte crescente della popolazione già prima che il greggio innescasse la retromarcia. 

L’Arabia Saudita è alle prese con un deficit galoppante che potrebbe, per la prima volta nella sua storia, far propendere il Governo per l’emissione di bond sui mercati internazionali. Le autorità saudite hanno anche rivelato che c’è un piano per quotare il colosso petrolifero nazionale Saudi Aramco e raccogliere risorse da destinare alla copertura delle sovvenzioni statali. I prossimi mesi diranno la verità sulla sostenibilità del ‘patto sociale’, grazie al quale non esiste un’imposta sui redditi e la maggior parte dei sauditi lavorano nel settore pubblico. 

venerdì 25 dicembre 2015

Buon Natale

Tanti Auguri a tutti

venerdì 27 novembre 2015

bail - in

Bail - in, tradotto salvataggio dall'interno. Dal 1 gennaio 2016, le Banche non potranno più essere salvate dagli Stati, ma da tutti i Loro Clienti che abbiano oltre i 100.000 € ( a prescindere se stiano 
sul Conto Corrente o che abbiano azioni, obbligazioni o obbligazioni subordinate) , insomma dal 1 gennaio, sarà il caso di guardare dove "ho" messo i soldi e chiedersi perchè dover accettare tanto rischio.
Molte Banche Popolari dovranno essere quotate in Borsa e quindi il mercato e non più avvalersi del valore espresso fino a ieri dal consiglio d'amministrazione . Il prezzo espresso, sarà sostenibile ?
Molte banche hanno un valore ( numero di azioni per quotazione ) superiore alle maggiori Banche Italiane...altre in proiezione del 1 gennaio 2016 hanno già svalutato il valore....a altre invece, dovranno svalutare, ma il mercato riterrà questo valore congruo? 
Fino a 31 dicembre gli obbligazionisti non concorrevano al capitale di rischio ( azioni ) ma ora possedere titoli , obbligazioni e Conto Corrente della stessa Banca espone il Cliente al rischio del 
Bail-in. 
Che cosa fare ?
Bisogna guardare la Banca dal di dentro: 
1- evitare la concentrazione di "prodotti" della stessa Banca ( diversificare );
2 - informarsi della capitalizzazione ;
3 - guardare il Ratig 
Quì di seguito vi allego delle valutazioni delle banche italiane

È una promozione “tecnica”, ma pur sempre una promozione. Sta di fatto che Moody’s ha rivisto al rialzo il rating di 10 banche: la valutazione di lungo termine su Unicredit, Intesa, Bnl e Banca Imi, Cassa Centrale Raiffeisen passa a Baa1, quella su Ubi e Credem a Baa2, quella su Bpm a Baa3, quella su Credito Valtellinese a Ba2, quella su Cariparma ad A3. In tutti i casi l'outlook è stabile.

Declassamento, invece, per Unicredit Leasing (che scende a Baa3) e Mediocredito Trentino Alto Adige (Ba1). Confermati, invece, i rating di Fca Bank (Baa2), Iccrea (Ba2), Banca Sella (Ba1), Cassa Centrale (Baa3) e Banca mezzogiorno (Ba1).

Rating AA attribuito ad Allianz da Standard&Poor's 

 



martedì 29 settembre 2015

Gara di golf

Il 26 settembre , continuando la tradizione ho invitato amici , soci e Clienti a disputare una gara di golf.
Mi ha fatto piacere vedere tanta gente e tanti bei risultati, sano agonismo.
Alla premiazione quest'anno sono stato affiancato dal dott. Massimiliano Grillo , responsabile rapporti con la rete dei promotori per l'Italia del sud.
Infatti, anche nelle precedenti manifestazioni ho scelto di farmi affiancare , ogni anno da una società diversa, é proprio per far conoscere lo spirito di Allianz Bank, l'indipendenza che offre al Cliente la miglior possibilità di strategie d'investimento in base alle proprie esigenze.
Dopo la premiazione, i giocatori sono stati raggiunti dai familiari per un bellissimo buffet, che ha unito tutti intorno al tavolo tra risate e chiacchierate sulla giornata di golf.
Arrivederci al 2016







lunedì 8 giugno 2015

Serpico maggiori controlli sui conti correnti

La Superanagrafe dei conti correnti avrà a disposizione anche la giacenza media dei conti correnti. È una novità di quest’anno, prevista nella Legge Stabilità 2015, e diventata operativa recentemente con un provvedimento dell’Agenzia delle Entrate che stabilisce l’obbligo per banche, Poste Italiane e altri intermediari di includere la giacenza media nei dati che devono inviare entro il 30 giugno.

COME CALCOLARLA - L’Agenzia delle Entrate intende per giacenza media dei conti correnti l’importo medio dei crediti del cliente in un determinato periodo rapportato a un anno. È importante saper calcolarla, poiché serve ai fini del rilascio della DSU, la Dichiarazione Sostitutiva Unica che consente l’accesso a diverse agevolazioni riguardati prestazioni assistenziali e sostegno al reddito. Vanno sommate le giacenze per ogni giorno dell’anno, quindi dal 1 gennaio 2015 al 31 dicembre 2015, e poi tale importo va diviso per 365. Nel caso di conti correnti cointestati, il saldo e la giacenza media sono pari al 50% se i titolari del rapporto sono 2, mentre scende a 33,3% se sono tre, e così via. Il dato della giacenza media andrà indicato nel modello ISEE nella prima sezione del Quadro FC.2, “Depositi e conti correnti bancari e postali”, dopo aver specificato quale tipo di rapporto finanziario si detiene (Conto Corrente, Libretto Postale, etc) va poi indicato l’ammontare del saldo contabile attivo. Qualora la giacenza media fosse superiore al saldo (perché nell’anno precedente alla presentazione della domanda il contribuente ha acquistato dei beni immobiliari o mobiliari), allora l’ISEE verrà calcolato sul saldo.

CONTROLLI FISCALI SULLA GIACENZA - L’obiettivo dei controlli fiscali sulla giacenza media dei conti correnti è quello di scoprire i soggetti usufruiscono di agevolazioni sociali senza riunire i requisiti, ovvero quelli individui che «barano» sulla propria ricchezza familiare e dichiarano molto di meno di quanto effettivamente dispongono per potere accedere alle prestazioni sociali agevolate. Si tratta di un dato in più rispetto a quelli che già sono stati comunicati per gli anni precedenti, e che riguarderà il 2014. Per i conti correnti verranno inviate quattro informazioni essenziali: saldo contabile a inizio e a fine anno, importo totale degli accrediti effettuati e quello degli addebiti nello stesso anno. Se il conto è stato aperto nell’anno verrà comunicato il saldo iniziale all’apertura, mentre se il rapporto è stato chiuso verrà inviato il saldo finale alla chiusura.

CONTI DEPOSITI E CARTE DI CREDITO - Nell’emendamento inserito nella Legge Stabilità 2015 a fine dicembre 2014, sono previste anche novità riguardanti i conti deposito, le carte di credito, le cassette di sicurezza e altri rapporti bancari e finanziari. In particolare, per i conti deposito si terrà conto del controvalore dei titoli rilevato a inizio e a fine anno e dell’importo totale degli acquisti, ad eccezione di eventuali rinnovi, e dei disinvestimenti di titoli e fondi. Per quanto riguarda le carte di credito e bancomat nel mirino ci sarà il plafond di spesa a inizio e a fine anno, nonché l’importo totale degli acquisti effettuati durante anno. Per quanto concerne le carte prepagate verrà analizzato l’importo totale delle ricariche effettuate durante l’anno.

LE ALTRE OPERAZIONI - Per le cassette di sicurezza verranno acquisite le informazioni sull’ammontare delle operazioni effettuate e del numero di accessi effettuati durante l’anno. Infine, sarà acquisito il valore totale degli acquisti e delle vendite di oro e metalli preziosi nel corso dell’anno. Il Superanagrafe dei conti correnti include anche informazioni relative ad altri rapporti finanziari e a eventuali operazioni extraconto, e servono all’Agenzia delle Entrate per combattere l’evasione fiscale. Questo database, insieme all’incrocio con i dati riguardanti il reddito dei contribuenti, consentono al Fisco di elaborare delle liste di soggetti con determinate anomalie. Su questi contribuenti “sospetti”, gli uffici dell’agenzia delle Entrate conducono particolari approfondimenti per cercare di capire se si è di fronte a una situazione di evasione fiscale o meno.

sabato 15 novembre 2014

Prelievo del 10% dai Conti ?

Un prelievo forzoso (temporaneo) del 10% sui conti dei cittadini d’Europa. 

L’idea, che potrebbe far traballare non solo l’instabile Italia ma tutto il continente, le banche e le borse, sboccia, come un fungo velenoso, in un report del Fondo monetario internazionale. 

«Piuttosto che appesantire il carico fiscale delle imprese e far scendere ancora di più le buste paga», scrive l’istituto finanziario internazionale, «perché non andare a toccare i capitali dormienti?». Ma il risparmio degli Italiani e degli Europei , non è capitale dormiente, e allora, bisognerebbe capire che cosa intendono per dormiente! 

Hanno capito, pare , che le misure drastiche di austerity, non hanno avuto i risultati attesi, anzi hanno depresso l'economia REALE, e spiega la proposta del Fmi che non hanno portato ad una riduzione del debito pubblico, in modo da  riportare il livello del debito pubblico a livelli pre-crisi, si potrebbe ricorrere ad prelievo con tasso alto (10%) dei risparmi netti positivi dei nuclei familiari di 15 paesi della zona euro».

A casa nostra - se si dovesse dare seguito  alla proposta contenuta a pagina 49 del “Fiscal Monitor” pubblicato giusto a ottobre 2013 - la mazzata ammonterebbe a 245 miliardi di euro. Stiamo parlando di una decima (forse restituibile) sulla ricchezza complessiva visto che a spanne conti correnti, pronti contro termine, depositi ammontano alla bellezza di 1.500 miliardi. Soldi e beni che, per circa 900 miliardi, fanno capo alle famiglie, mentre gli altri 200 miliardi sono imputabili a imprese, e assicurazioni e banche. 

Non che la proposta di tosare i risparmiatori andando, magari notte tempo, a mettere le mani nei conti correnti sia nuovissima. A marzo Jörg Kramer, capo economista di Commerzbank, intervistato dal quotidiano Handelsblatt aveva suggerito l’introduzione, anche per Italia, di un prelievo forzoso pari addirittura al 15%. «Con questo prelievo forzoso», spiegava Kramer giusto nei giorni successivi allo scippo di Cipro, «i conti pubblici italiani potrebbero risollevarsi». Con un incasso (fatta salva la clausola dell’intangibilità dei conti sotto i 100mila euro), di circa 130 miliardi di euro. E ancora: a giugno  il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble, aveva ipotizzato - incassando la levata di scudi di Francia,  Gb e Svezia - la proposto di effettuare un prelievo dell’8% sui depositi bancari per garantire la «sopravvivenza delle banche in difficoltà».

In Italia - già nel 1992 - l’allora presidente del Consiglio, Giuliano Amato, passò nottetempo a pescare ben 5 miliardi di euro (10mila miliardi di lire) applicando un prelievo forzoso del 6 per mille sui conti. Quella notte tra l’11 e il 12 luglio del 1992 passerà alla storia nel ricordo indelebile degli italiani tassati e beffati dal governo tecnico. L’aspetto sconfortante è che neppure quello scippo bastò ad evitare la svalutazione della lira fummo costretti ad abbandonare il Sistema monetario europeo.  Insomma un flop. 

La cicatrice più dolorosa - che da mesi ha messo in allarme correntisti e risparmiatori terrorizzati da una duplicazione su scala europea - è la mazzata rifilata ai pingui conti deposito (e correnti) dei ciprioti appena a metà marzo. Su ordine della troika europea (Bce, Ue e proprio Fondo monetario), il governo di Nicosia fu obbligato ad un prelievo forzoso da 5,8 miliardi. Clausola indispensabile per incassare i 10 miliardi di aiuti dell’Europa. Se oggi a noi si applicasse la timida percentuale cipriota (6,75% nell’aliquota minima), in Italia verrebbero succhiati via  56,7 miliardi di cui 43,9 dai conti correnti e depositi bancari degli italiani (650 miliardi), mentre gli altri 12,8 miliardi sarebbero prelevati dai 200 miliardi depositati sui conti delle aziende. Arrivando ad un prelievo di un decimo degli attivi si raggiungerebbero i 130 miliardi in un solo colpo. A Cipro la manovra fu faticosamente tollerata perché nel’isola dormivano capitali dubbi di origine russa, tanto è vero che ai depositi oltre i 100mila euro venne applicata una maxi cedola del 37,5%.  In Italia diranno che tutta la ricchezza è della mafia e quindi è sacrosanto prelevarne (temporaneamente) il 10%? Poi che faranno: chiameranno il Padrino per la fantomatica restituzione?




giovedì 20 febbraio 2014

Nuova tassa sui bonifici dall'estero

La farsa continua....oggi la nuova tassa è stata abolita. Un chiaro segnale che i Ministri (più pagati al Mondo) e il Governo navigano a vista senza una rotta....


martedì 18 febbraio 2014

Nuova Tassa sui bonifici dall'estero

RITENUTA OBBLIGATORIA - Un nuovo prelievo si abbatte sui conti correnti. Dal 1° febbraio, infatti, è entrato in vigore l’obbligo da parte delle banche di una ritenuta del 20% sui bonifici in arrivo dall'estero alle persone fisiche. Le ritenute saranno automatiche (a meno di precedente richiesta di esclusione) e spetterà poi al contribuente dimostrare che le somme non hanno natura dicompenso "reddituale", ma solo patrimoniale (per esempio, il bonifico in entrata potrebbe essere una restituzione di un finanziamento effettuato negli anni passati, oppure la restituzione di una caparra, data per la conduzione di una casa in locazione all'estero.

venerdì 20 dicembre 2013

Unione bancaria, accordo raggiunto all'Ecofin

Cosa cambia dopo che l'Ecofin ha raggiunto l'accordo sul meccanismo che farà fallire le banche in modo controllato (Srm), senza che la loro crisi metta a rischio il sistema finanziario o gli Stati.

L'intesa, fu definita "storica" dal ministro dell'Economia italiano Fabrizio Saccomanni, è stata trovata dopo oltre 12 ore di negoziati e preceduta, dall'accordo dellEurogruppo.

L'obiettivo generale del progetto è quello di evitare nuove crisi della zona euro, spezzare il legame fra le crisi finanziarie e quelle dei debiti pubblici dei Paesi e ripristinare la fiducia degli investitori nel settore. 

Il compromesso sul ruolo altamente controverso del "backstop" prevede l'intervento degli Stati solo in via temporanea e, nel caso fossero necessari degli esborsi, "il settore bancario sarà responsabile del ripagamento attraverso prelievi ex post in tutti gli stati partecipanti". Su questo punto c'erano le divergenze maggiori. Alla fine l'Italia è riuscita a ottenere dalla Germania quello che voleva: uno strumento di garanzia che intervenga a fornire liquidità in ultima analisi ("backstop" o paracadute finanziario), per evitare che le crisi diventino ingestibili se un istituto in risoluzione ha finito i fondi cui attingere.

I ministri hanno inoltre concordato sull'istituzione di un'agenzia in modo tale da risolvere i problemi delle banche al più presto prima che la Bce inizi il nuovo corso di politica monetaria.

L'accordo dovrà ora passare al vaglio del Parlamento Ue e poi di nuovo all'Ecofin. Il meccanismo entrerà in vigore nel 2016. Assieme a quello di vigilanza gestito dalla Bce, che sarà operativo dal prossimo novembre, sarà alla base dell'Unione bancaria.

I commenti. Come detto, Saccomanni ha parlato di "risultato storico", paragonabile a "un'altra storica conclusione che era quella dell'unione monetaria". Anche in questo caso, aggiunge il ministro dell'Economia, "nei prossimi mesi si lavorerà". E ha sottolineato che grazie a quest'accordo "è stato esorcizzato il pericolo che si ripeta quello che è successo con Lehman Brothers". 

Il ministro dell'Economia ha quindi spiegato che in base all'intesa "i fenomeni di crisi saranno gestiti in maniera ordinata per evitare il contagio ad altri sistemi bancari", le decisioni sul default ordinato di una banca "verranno prese in 24 ore". L'accelerazione dei tempi è stata decisa "dopo le pressioni del presidente della Bce Mario Draghi a cui ci siamo associati anche noi". Secondo l'accordo, "tutte le strutture devono lavorare in un'ottica di estrema rapidità" e "i timori sollevati da alcuni sul coinvolgimento di altre strutture e persone sono stati esorcizzati". La Germania ha dovuto cedere sui "backstop": "Siamo riusciti a creare consenso sulla creazione di uno strumento o veicolo di backstop che è diverso dall'Esm ma che opera con finalità di gestione della crisi e controllo dei contagi". Per il ministro il principio è che il sistema sia finanziato dalle banche stesse, ma se c'è necessità di intervento di liquidità "viene fornito con garanzie dei governi attraverso strutture mutuali e contributi di altri Paesi, perché si riconosce che è bene risolvere una crisi anche con fondi accantonati da altri per evitare che la situazione diventi ingestibile".

In buona sostanza, ha proseguito Saccomanni, si tratta della "creazione di strutture di mutuo soccorso, e non a caso si usa la parola mutualizzazione di strutture finanziarie, che assicura che i fenomeni di crisi siano gestiti in maniera ordinata e tale da non avere ripercussioni negative su altri sistemi bancari proteggendo i depositanti, coloro che hanno i loro risparmi investiti in istituzioni finanziarie e al tempo stesso limitando l'onere per i contribuenti delle operazioni di salvataggio".

Soddisfatto anche il commissario europeo al mercato interno Michel Barnier. "Finisce l'era dei salvataggi bancari massicci e dei conti pagati dai contribuenti", ha detto sottolineando che l'accordo sul meccanismo unico di risoluzione delle banche, che "porterà stabilità finanziaria e migliori condizioni di finanziamento all'economia reale".

I contenuti dell'intesa. Vengono stabilite fondamentalmente due cose. La prima: gli Stati daranno vita ad un fondo salva-banche unico, finanziato con prelievi sugli istituti di credito a livello nazionale. Inizialmente sarà formato da compartimenti nazionali che alla fine confluiranno in un unico fondo nel giro di dieci anni. Nel primo anno, le banche in default controllato potranno attingere solo al fondo del proprio Paese, ma negli anni successivi, man mano che il fondo cresce, ci sarà una mutualizzazione progressiva delle risorse.

Il "backstop" o paracadute voluto dall'Italia assicura che nella fase iniziale del fondo, dopo l'auto-salvataggio o 'bail-in' delle banche che assegna le perdite ad azionisti, obbligazionisti e grandi depositi, se a una banca serviranno ancora fondi, si potranno avere "finanziamenti ponte" da parte degli Stati o del fondo salva-Stati Esm. Saranno possibili anche i prestiti tra compartimenti del fondo salva-banche. Per Saccomanni il principio è che il sistema sia finanziato dalle banche stesse, ma se c'è necessità possono intervenire garanzie dei governi.

La seconda componente del meccanismo di risoluzione unico è l'autorità che prende la decisione di far fallire una banca in difficoltà: sarà un board formato da rappresentanti delle autorità nazionali, che agirà su impulso della Bce. Saranno gli Stati ad avere l'ultima parola, perché la Commissione, che avrebbe voluto voce in capitolo, è stata invece in pratica estromessa. La decisione su come e quando "risolvere" una banca sarà presa in 24 ore, come voleva la Bce. Il meccanismo unico di risoluzione si applicherà a tutte le banche supervisionate dalla Bce, entrerà in vigore il 1 gennaio 2015, mentre le regole del 'bail-in' ( In principio fu Cipro e tutti (o quasi) gridarono allo scandalo. Ma il prelievo forzoso sui depositi bancari sopra i 100 mila euro in caso di dissesto finanziario rischia di essere cosa fatta. Magia del “bail in” ossia salvataggio “da dentro” in vigore dal 2018 su scala Ue. Toccherà ai singoli Paesi decidere se coinvolgere o meno e in quale misura i correntisti. Per carità. Ma la sola idea fa tremare i polsi ai comuni mortali) si applicheranno esattamente un anno dopo

A volte succede che la notte porti consiglio.  E così è accaduto a Bruxelles.

Poco dopo la mezzanotte,  dopo giorni di sfiancanti trattative, i ministri delle finanze  europei, Germania compresa,   hanno raggiunto un accordo sul meccanismo di salvataggio delle banche. 

Necessario per concludere la tanto ricercata intesa sull'unione bancaria, voluta e caldeggiata da Mario Draghi.

In sostanza si è deciso che, visto che siamo tutti sulla stessa barca europea, è giusto e corretto che i rischi vengano condivisi. Per questo è stato istituito un fondo comune per i salvataggi, finanziato dalle banche stesse, e completato progressivamente in dieci anni a partire dal 2015.

Con la possibilità di usare anche  un temporaneo "salvagente", il cosiddetto backstop, che opererà in parallelo al fondo salva stati Esm, per liquidare, quando necessario, la banca in difficoltà senza scatenare il tanto temuto effetto domino sugli altri istituti. 

Per evitare insomma che si ripeta un caso Lehman Brothers,  ancora incubo di tutti gli operatori finanziari. 

Ma nelle stesse ore è stata presa anche un'altra decisione, forse non storica, ma certamente destinata a impattare sulla finanza e sull'economia mondiale. 

Dopo cinque anni di iniezione senza condizioni di liquidità sul mercato, la banca centrale americana ha deciso di cominciare a ridurre l'aiuto, il cosiddetto stimulus. E così Bernanke ha annunciato che  la Fed ridurrà a 40 miliardi di dollari al mese gli acquisti di titoli di stato contro i 45 miliardi di dollari attuali e a 35 miliardi di dollari quelli di titoli legati ai mutui dai 40 miliardi attuali.

Il mercato, quello di Wall Street, per ora ha reagito con i nervi saldi. Vedremo come reagiranno le piazze europee. Anche perchè  Bernanke ha comunque  rassicurato i mercati: una politica monetaria molto accomodante resta appropriata, ha detto.

E i tassi resteranno bassi fino a che il tasso di disoccupazione non sarà sceso saldamente sotto il 6,5%.

Conclusione, occhio alle banche dove si investe e bisognerá stare attenti a concentrarsi anche sulle obbligazioni bancarie. 




mercoledì 18 dicembre 2013

Conti deposito ...sono partiti i SALDI

Non posso non dire , l'avevo detto.
Ora chi ha "piazzato" sfruttando queste opportunità, dovrà rientrare ...spero che decida di AFFIDARSI ad serio consulente e non alla banca, tanto dopo aver girato le varie banche per i vari conti deposito, non UNA sua banca.

LE OFFERTE NATALIZIE - Fino a qualche anno fa eravamo abituati ad assistere a promozioni natalizie di vari istituti finanziari impegnati a offrire conti deposito con tassi particolarmente vantaggiosi. Quest’anno la tradizione si è interrotta: sono pochi infatti gli istituti a sostenere offerte promozionali, tra questi c’èIwbank, che ha proposto due nuove formule di conti deposito,Iwpower 3+3, con una durata temporale pari a 6 mesi e Iwpwer 6+6 con scadenza più duratura a 12 mesi. Webank, invece  ha lanciato la promozione ExtraMoney, valida solo per coloro che sono già clienti della banca. Infine Banca Mps ha introdotto due nuova scadenze, a 3 e 9 mesi, arricchendo l’offerta di Conto Italiano di Deposito

LA PRIMA PROPOSTA - Analizzando più nel dettaglio le offerte, il conto Iwpower 3+3 riconosce un rendimento complessivo annuo lordo, fino alla scadenza del prodotto , pari a 1,50%. Mensilmente si riceve una remunerazione pari allo 0,50% lordo annuo. La remunerazione bonus, pari a 1% lordo annuo, viene concessa rispettivamente, se non si effettuano svincoli anche parziali, il 31 marzo 2014 ( prima tappa) e successivamente il 30 giugno

LA SECONDA - La seconda proposta (Iwpower 6+6) prevede un rendimento complessivo del 2% lordo annuo fino alla scadenza del prodotto. La remunerazione si costruisce attraverso lo 0,50% corrisposto mensilmente e l'1,5% lordo annuo corrisposto come bonus fedeltà il 30 giugno 2014 e il 31 dicembre 2014. Entrambi i prodotti non obbligano il sottoscrittore a mantenere le somme vincolate fino alla scadenza del deposito, infatti sono previste delle tappe intermedie che consentono di monetizzare il proprio investimento ottenendo il tasso bonus, più la remunerazione mensile certa. Per aderire è necessario essere titolari del ContoIw e apportare  nuova liquidità. La promozione ha validità fino al 14 gennaio.

L’OFFERTA WEBANK - Webank, invece mira a fidelizzare e premiare  i propri clienti presentando la nuova offerta Extramoney: apportando nuova liquidità tra il 10 dicembre e il 31 gennaio 2014 è possibile sottoscrivere, entro il 15 febbraio 2014, una o più linee Extramoney a 12 mesi, che remunerano un rendimento lordo annuo pari al 3%, in luogo del 2,25% lordo previsto dal comparto  ordinario del Deposito Webank a 12 mesi.

L’OFFERTA MPS - Infine l’offerta di Mps prevede la possibilità di attivare, relativamente al conto Italiano di Deposito, fino al 31 dicembre, vincoli della durata di 3 mesi spuntando un rendimento lordo annuo pari a 2,25%, inoltre è stata introdotta una nuova scadenza a 9 mesi con un rendimento pari a 1,75% lordo, mentre il tasso del vincolo a 6 mesi è stato incrementato a 1,50% lordo.

RENDIMENTI IN CALO - Hanno, invece,  optato per una diminuzione dei rendimenti Banca Carige e UniCredit. La prima ha abbassato dello 0,25% i tassi di ContoConto.it, il deposito a 5 mesi rende 1,25% lordo, a 10 mesi 1,50% lordo, a 15 mesi 1,75% lordo e a 20 mesi 2% lordo. Mentre Unicredit ha dato una sforbiciata ai tassi di Conto Risparmio Flessibile. La forbice dei tagli oscilla tra un minimo di 10 punti base ( per la scadenza a 12 mesi) e un massimo di 25 punti base ( per la scadenza  a 24 mesi), in negativo dello 0,15% il deposito a 18 mesi. In sintesi i nuovi tassi sono 0,85% lordo per il deposito a 12 mesi, 1,10% lordo per quello a 18 mesi e 1,30% lordo quello a 24 mesi.

giovedì 5 dicembre 2013

All’inseguimento (cieco) dei rendimenti

- Gli investitori si lasciano guidare dalle emozioni, in particolar modo da avidità e paura, e questo ha serie conseguenze sulle performance.

- Questa tesi è supportata dai dati, come dimostra uno studio di Morningstar sui fondisti americani dal 1994 al 2013.

- Per evitare di essere troppo esposti a questa tendenza occorre seguire alcune semplici regole.

A tutti piacerebbe avere la palla di vetro, specialmente agli investitori. Tuttavia, prevedere quale asset class sarà la migliore, quale la peggiore, che titolo balzerà e quale precipiterà, è impossibile. Morninsgtar ha più volte messo in guardia i propri lettori rispetto ai pericoli del market timing. Eppure, l’evidenza empirica continua a dimostrare che l’investitore medio insegue ciecamente i rendimenti passati, si lascia invaghire dai trend di breve periodo e raramente riesce a resistere alle più potenti emozioni in materia di finanza: l’avidità e la paura.

Nel grafico sopra, gli analisti di Morningstar hanno sintetizzato uno studio in cui hanno confrontato i rendimenti medi dei fondi per tre macro categorie (azioni Usa, azioni internazionali e obbligazioni) con i flussi in entrata e in uscita dagli stessi fondi, dal 1994 al 2013 (l’universo oggetto dello studio è quello americano). Dal grafico si nota piuttosto chiaramente come i flussi in entrata aumentino subito dopo un rimbalzo e diminuiscano dopo un periodo negativo.

L’effetto della paura
In particolare, balza all’occhio il comportamento degli investitori dopo la crisi finanziaria:

- Dal 2008 in avanti, per cinque anni di fila si sono registrati flussi molto elevati verso i fondi a reddito fisso e riscatti dai fondi azionari. In questo caso, quindi, a guidare le scelte dei risparmiatori è stata la paura esplosa con la bolla dei subprime, la quale li ha tenuti lontano dall’equity nonostante l’evidente ripresa delle performance.

- Nel 2013 (i dati si fermano a fine agosto), si può notare come i flussi verso i fondi obbligazionari restino positivi, nonostante il rendimento negativo e la prospettiva di tassi d’interesse in salita.

Qual è il risultato di queste tendenze? Che spesso gli investitori entrano ai massimi ed escono ai minini, o che comunque gli entri in tasca un rendimento inferiore a quello del mercato. Come sempre, invece di inseguire le mode (il settore X, l’asset class Y, il paese Z o il fondo N ha guadagnato molto negli ultimi sei mesi e quindi me lo compro) bisogna avere un piano finanziario di lungo periodo solido e seguire alcune regole di base.

1 – Parola d’ordine: semplicità
Il filosofo francese Blaise Pascal diceva: “Tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera vuota”. Una massima che si può applicare anche alla finanza.

Infatti, gli investitori che fanno trading molto di frequente e utilizzano strumenti complessi, si focalizzano spesso su dati irrilevanti, cercando di prevedere il futuro a breve termine, attività piuttosto difficile. Invece, concentrarsi su pochi ma importanti fattori, come i fondamentali di una società, il suo economic moat (vantaggio competitivo) e il suo prezzo obiettivo, avendo un orizzonte di lungo periodo, permette di aumentare le probabilità di successo.

2 – Obiettivi ragionevoli
Chi investe in Borsa nella speranza di guadagnare molto in poco tempo rimane nella maggior parte dei casi deluso. Grossi rendimenti potenziali prevedono l’assunzione di grossi rischi. A quel punto non si sta investendo, ma speculando.

Ad esempio, le azioni sono storicamente l’asset class più interessante dal punto di vista dei rendimenti, statisticamente si parla del 10% annuo, ma questo si accompagna a una marcata volatilità. Se non si è pronti o preparati a sopportare momenti di alta volatilità, si corre il rischio di incappare in comportamenti irrazionali dettati dal panico.

3 – Scommettere sempre sul lungo periodo
Benjamin Graham, padre del value investing, sosteneva che “in the short run the stock market is a voting machine, but in the long run the stock market is a weighing machine”. In pratica, secondo Graham, nel breve periodo il mercato conta i voti degli investitori, che indicano quali titoli sono più popolari di altri, ma nel lungo periodo, il mercato darà più importanza al peso reale di quei titoli, cioè al loro valore intrinseco.

Troppi investitori sono focalizzati sulla voting machine (macchina di voto)  invece che sulla weighing machine (pesatrice). Sul lungo periodo, il mercato premierà i business forti e con flussi di cassa costanti.

4 – Comprare a prezzi bassi, vendere a prezzi più alti
Detta così sembre ovvio, eppure non lo è. È statisticamente provato che la maggior parte degli investitori compra subito dopo un rally e vende subito dopo un forte ribasso. Eppure dovrebbe essere il contrario, nelle fasi ribassite si nascondono spesso ottime occasioni di acquisto, mentre i momenti rialzisti dovrebbero essere l’occasione per vendere. Non lasciare che il panico o l’avidità guidino le proprie decisioni d’investimento.

5 – Il management conta fino a un certo punto
Anche il pilota migliore al mondo non potrà vincere la gara se la propria vettura ha un motore potente solo la metà di quello delle altre. Anche lo skipper più bravo arriverà ultimo se si ritrova una vela bucata. Davanti alla scelta tra un’azienda che si trova in un settore strutturalmente in difficoltà, in un’economia ferma e con un ottimo management da una parte, e un’azienda che si trova in un settore in espansione, in un’economia dinamica e un management mediocre, scegliere sempre la seconda opzione.

6 – Il passato è un buon indicatore
Una delle avvertenze più usate nella comunicazione finanziaria è: “Attenzione, le performance passate non sono garanzia di quelle future”, il che è verissimo. Tuttavia, l’evidenza ha dimostrato come i risultati ottenuti in passato, specialmente se si ha  un track record ampio, siano un indicatore da tenere in considerazione. E questo non vale solo per i gestori di fondi, ma anche per i manager d’azienda.

7 – Non essere testardi
Tra l’essere pazienti e l’essere testardi c’è una linea sottile, ed è meglio non superarla. Essere pazienti significa dare più importanza ai fondamentali della società piuttosto che al prezzo di Borsa. Se il titolo scende, ma si è convinti che i fondamentali siano ancora solidi, è giusto essere pazienti e attendere che la propria tesi d’investimento si dimostri vera o falsa. Se invece non si prendono sul serio costanti segnali negativi sulla situazione strutturale dell’azienda per evitare di incassare una perdita o semplicemente ammettere di aver preso una cantonata, si è testardi e si peggiora la situazione. Occorre sempre chiedersi: “Quanto vale questo business adesso? Ricomprerei questo titolo oggi?”.

8 – Seguire il proprio istinto
Le ipotesi qualitative che si fanno quando si decide di investire in una determinata asset class sono più importanti di qualsiasi modello di valutazione. I modelli vanno utilizzati come degli strumenti utili, non come un oracolo.

9 – Riconoscere le bolle
Quando per la stragrande maggioranza degli investitori un’asset class diventa una scommessa sicura, è forse arrivato il momento di starci alla larga. È stato così per tutte le bolle finanziarie, da quella dei tulipani nell’Olanda del XVII secolo a quella tecnologica degli anni 2000. Un altro segnale di pericolo avviene quando una determinata classe di attivo o settore tecnologico si trova al centro dell’interesse finanziario di persone completamente estranee a quel determinato campo (postini che danno consigli su bond o medici che investono sul mercato automobilistico).

10 – Essere indipendenti
I grandi gestori tendono a non ascoltare il mercato. Se si sta comprando quello che comprano tutti, forse si sta facendo la cosa sbagliata. Si deve ricordare che nell’attività d’investimento, il sangue freddo spesso conta più dell’intelligenza e della preparazione tecnica. Solo chi è in grado di andare controcorrente riuscirà a comprare ai minimi e vendere ai massimi.

Mps crolla in Borsa: -5,3%. Vendono speculatori e Unicoop

L'alleggerimento delle Coop toscane e le posizioni short dei fondi aggrediscono il titolo. Oggi riunione dei vertici dell'ente, ancora in cerca di un compratore del suo 33% per ripagare i debiti il pegno e i debiti da 350 milioni. La Fondazione: "Nessuna cessione di azioni è stata avviata"

MILANO - Monte dei Paschi chiude in forte calo a Piazza Affari. In un mercato poco ispirato, gli operatori tornano a puntare le azioni della banca senese, che sono anche state sospese per eccesso di ribasso, poi riammesse per chiudere in calo del 5,29% . Tra i desk si vedono in alleggerimento due tipi di venditori. Uno è Unicoop Firenze, che nelle ultime settimane ha ridotto dal 2,7% all'1,7% la quota nel Monte, frutto di scelte strategiche degli ultimi anni che si sono rivelate sbagliate e onerose per la mutua guidata da Turiddo Campaini. Unicoop, che sembra non aderirà alla ricapitalizzazione da 3 miliardi lanciata da Mps a inizio 2014, starebbe sganciando anche le quote residue del suo pacchetto. Gli altri venditori dovrebbero essere ancora i fondi hedge - da tempo affezionati scopertisti di Mps - che possono guadagnare allargando le posizioni short: basta cedere titoli Mps a tempo con il prezzo attuale, salvo poi ricomprarne i diritti deprezzati quando partirà l'aumento di capitale, e lucrare la differenza. Quanto alla Fondazione Mps, l'Ente primo socio al 33,5% del capitale ha precisato su richiesta della Consob che "a oggi non ha avviato alcune cessione di azioni Mps". Confermata, invece, la cessione del fresh 2008, strumento convertibile in titoli Mps, realizzata "nelle ultime due settimane di novembre" per un controvalore netto di 95,2 milioni (i titoli furono pagati dall'ente 490 milioni nel 2008).

L'azione Mps, 

poco sopra quota 0,17 euro, è destinata inevitabilmente a deprezzarsi sul mercato, al più tardi verso metà gennaio, quando dovrebbe partire la ricapitalizzazione imposta dalla Commissione europea per restituire i Monti bond. Lo sconto dell'emissione non è ancora noto, ma dovrebbe avvicinarsi al 40%. La grande diluizione dovrebbe far violare quota 0,1289 euro al titolo, con l'effetto di far scattare l'escussione del pegno per i 12 creditori della fondazione Mps, azionista con il 33,5%. Una concatenazione di eventi finanziari e borsistici da scongiurare, ma non si capisce ancora bene come. 

L'ideale, tra le poche opzioni rimaste, sarebbe che l'ente guidato da Antonella Mansi riuscisse a vendere una quota cospicua del suo 33,5%, rimborsando i creditori cui deve 350 milioni e disinnescando la mina del pegno, per poi lasciar passare l'aumento di capitale (che sarà comunque un ardimento finanziario, poiché eccede il valore di mercato della banca di un terzo).

La Fondazione anche oggi dovrebbe riunire gli organi di rappresentanza della deputazione amministratrice: ma le frequenti riunioni degli ultimi giorni non stanno producendo gli effetti da tutti sperati, e il dossier Mps torna a spaventare anche il Tesoro, che sulla fondazione è chiamato a vigilare.

Su Mps, Altroconsumo Finanza, scrive: aumento di capitale? Un complotto

Monte Paschi alla fine (forse) si salverà, ma per farlo deve battere cassa e chiedere agli azionisti tre miliardi per l’aumento di capitale. Il che, in tempi grami come questi, non è una passeggiata. A lanciare l’allarme Altroconsumo Finanza: “Che si fa quando c’è la crisi e nessuno ha quattrini da spendere? Si fanno vendite promozionali tipo “tutto a un euro” o “svuotiamo i magazzini, causa rinnovo locali” commenta Vincenzo Somma, direttore della rivista.

Il che, nel caso di Mps, si tradurrà in una vendita delle nuove azioni a prezzi scontatissimi, anche del 40% inferiori a quelli attuali (siamo a 0,19 euro). Conseguenza di questo svuotatutto a Rocca Salimbeni  – continua Vincenzo Somma – è che sarà necessario emettere una valanga di azioni, ma Fondazione Mps, che a sua volta non naviga in buone acque, non potrà comprarne o ne comprerà poche e il suo peso calerà dall’attuale 33,5% del capitale verso un ruolo limitato nelle stanze dei bottoni.

Ma per gli analisti di Altroconsumo Finanza potrebbe esserci anche di più. Questo 33,5% delle azioni è stato dato in pegno anni fa ai creditori della Fondazione stessa: Barclays, BNP Paribas, Crédit Agricole, Credit Suisse,Deutsche Bank, Goldman Sachs, Intesa Sanpaolo, JP Morgan Chase, Mediobanca, Natixis, Royal Bank of Scotland e Unicredit. Se il prezzo del titolo dovesse scendere sotto gli 0,12 euro (e con l’aumento di capitale siamo proprio sul filo) queste banche, perlopiù straniere, per via di accordi fatti in passato, potrebbero diventare le azioniste di controllo di Mps, e lasciare la Fondazione col cerino in mano. Un complotto per portare all’estero la valigetta nera coi bottoni di Mps? Gli analisti di Altroconsumo Finanza non possono dirlo con certezza, ma quel che è certo è che il tentativo della Fondazione di tenere i suoi artigli infilzati nel pancione della banca senese dopo anni di costosi insuccessi rischia il naufragio definitivo, non meno del tentativo di mantenere l’italianità di Alitalia o quella di Parmalat. Un monito.